IL PROFUMO DELLA GINESTRA
Quel giorno, decisi di tornare in paese.
Viaggiavo da sola.
Era una giornata secca e afosa.
Mi ero, appena lasciata alle spalle, la provinciale.
Così, piegai a destra, per la stradina del Pantano, attraversai quel piccolo viottolo, angusto e polveroso che, dalle casette nuove, insinuandosi tra timide cime di argilla bianca, tutto d’un tratto s’impenna, per, poi approdare, inaspettatamente, su, in cima, alla stradina rotabile, proprio ai piedi di Alianello Nuovo, sotto l’Ulivone.
Dal cuore della mia infanzia, serena e luminosa, impressa in quei luoghi arcani, tra i rami di ulivi secolari, sui mattoni della piazza davanti la Chiesa, procedevo verso il villaggio.
Capitava che, ogni volta, appena prendevo la via del paese, venivo avvolta da una sorta di irrefrenabile commozione, simile alla tenerezza degli occhi delle mamme per i figli, e, che, aumentava via via che intravedevo le prime case, irte sullo strapiombo.
L’oblio cancellava il resto, mentre l’animo abbracciava ogni cosa lo sguardo sfiorasse, come l’edera, nella chiesa di San Giacomo, che s’abbarbica sugli alberi e sui muri.
Filari radi di pini selvatici e abeti, ai lati della strada, si ergevano contro vento, per cedere, poi, il passo alla macchia bruma e a vivaci ginestre odoranti.
Più in là, tutto d’un tratto, apparve la collina, sulla quale, a macchie, ondeggiano ulivi antichi e toppe di campicelli coltivati.
I fianchi della collina precipitavano in voragini a strapiombo, i calanchi, mentre alcuni canneti si ergevano sui lembi dei fossi, proprio sotto il ponte nuovo.
Il silenzio imperava cupo, profondo, sovrumano.
Proseguendo verso sopra, cominciavo a sentire voci di donne e bambini, l’abbaiare incrociato di cani, il raglio di qualche asino che già tornava dalla fatica.
Voci che, man mano, si perdevano nel vuoto, inghiottiti dal Fosso del Bersagliere.(*1)
Più avanti, passando dal vecchio forno, venivo catturata dal profumo di pane, fresco, penetrante, che mi dilatava le narici e che tante cose mi diceva del tempo andato.
Giunta al centro dell’unica via maestra del paese, venni avvolta dagli odori inebrianti e familiari, dei sughi al basilico che fuoriuscivano da ogni angolo.
Davanti ai bar del villaggio, uomini anziani sedevano a giocare a carte, mentre discorrevano dei bei tempi e degli orti.
Poi, d’un tratto, dinanzi a me si apriva la stradina che portava al mio vicoletto e alla casa dov’ero cresciuta, in Via Marconi.
Così, mi avvicinai in silenzio soffocando la gioia.
D’un tratto, uscì mai madre e, poi, giunse pure mio padre.
Il calore delle loro braccia morbide, muscolose che mi avvolgevano, mi riportò ai tempi d’infanzia e un pò mi imbarazzai.
Poi, ci sedemmo sui gradini di casa, e mentre li guardavo, mi rendevo conto che, di colpo, erano invecchiati.
Mi inteneriva vederli insieme, vicino a me, come facevano quand’ero bambina.
Fissai i loro sguardi per imprimerli bene nella mia mente. Poi, ci mettemmo a discorrere di altre cose.
Ai lati della vecchia scala, sul muretto in pietra della casa di Zia Domenica, numerose fioriere variopinte, facevano capolino ai passanti.
Dopo pranzo, scesi giù per la via che porta a San Giovanni e alla “ fontana vecchia ”. (*2)
II
Era, ormai, pomeriggio inoltrato.
Un meriggio lungo, afoso, estenuante.
L’asfalto fumava infuocato. - Le strade erano quasi deserte, le pressiane delle case socchiuse.
Pigre suonavano le ore del vecchio campanile della Chiesa.
Dal fontanino comunale, scorreva timido un filo d’acqua sorgiva, mentre l’ombra della quercia, s’adagiava, pian piano, sulla pergola di vite, nel piccolo cortile, giungendo sino al lavatoio, ove canti melanconici di donne stanche si levavano al cielo terso.
Sotto scuri cespugli, tenere creature dormivano rannicchiate in scialli pesanti.
Lenzuola, tovaglia e camicie sventolavano ad asciugare tra le fronde brune.
La fontana vecchia gorgogliava impetuosa, tra le mani consunte di giovani madri che, per ore, sfregavano panni nell’acqua gelida di vasche in cemento, tutte in fila, l’una affianco all’altra, come soldatesse.
Poi, finita l’opera, s’allontanavano in silenzio, com’erano giunte, recando in capo, il cesto greve, colmo di panni e coperte piegate.
I figli seguivano il passo, attaccati alle stinte sottane, ancora assonnati, ammollando, di tanto in tanto, in bocca una crosta di pane secco.
Lì, d’estate gli aceri e le querci, dominavano l’aria, adombrando quei luoghi infuocati, alleviando l’arsura impietosa.
III
Dal vetro ingiallito della finestra di scuola, scorgevo la maestra Rosetta, tratteggiare con la mano la mia vecchia lavagna.
Quei ragazza irrequieti, come i miei vecchi compagni, si lanciavano proiettili di carta e nascondevano in tasca le mani, sporche d’inchiostro e colori.
Alcuni, col volto annerito, s’affaccendavano a scambiarsi temperini e matite, e ogni tanto le urla di uno di loro, indispettito per il furto della gommetta nuova, sovrastava il vocio degli altri.
Poi, all’uscita da scuola, giocavano a calcio con una pallone sgonfio o con biglie lucenti, schiacciando, impietosi, senza avvedersene, eserciti di formiche, che tratteggiavano in fila, tra le fughe delle pietre.
Più in là il fabbro, Tonino, piegava il suo ferro tra lingue di fuoco, facendone zoccoli per muli e falci per i contadini del paese.
Gli uni e gli altri, rimasti in pochi.
Nulla è mutato. - Il tempo è un’idea ! - Malsana, per giunta.
IV
Verso le sei del pomeriggio, iniziava il risveglio.
L’aria cominciava a rinfrescarsi, si aprivano gli usci e si spalancavano le finestre.
Cominciavano le ruote attorno ai gradini delle case.
Tutti per strada, con seggiole appresso. Gli altri, mano mano, si aggregavano.
Si spandeva, dappertutto, un forte odore di caffè appena fatto, mentre, vicino al campetto di calcio, un gallo cantava convulsamente.
Imbruniva, mentre i grilli cominciavano il frastuono.
I vicini di casa, per lo più contadini, dai volti scuri e affaticati, sedevano davanti all’uscio, a fumare tabacco e a raccontare storie antiche. - Poi, s’addormentavano sulla spalliera della seggiola.
IV
La Chiesa Madre del villaggio era stata dedicata a San Giacomo Maggiore.
Il portone era di un color marroncino sbiadito, come lo ricordavo io.
Non era antica, né pretenziosa, non aveva i muri affrescati, né opere d’arte.
Anzi, era una costruzione recente, sobria, semplice, ma luminosissima.
Avanti vi era un ampio piazzale, ove, le maestre dell’Azione Cattolica, nei lunghi pomeriggi estivi, organizzavano manifestazioni canore per bambini.
La mia amica Maria aveva la fortuna di abitare al lato del sagrato. Il suo giardino dava sul piazzale.
Così lei arrivava per prima a Messa e, insieme ad altre compagne e al cugino che suonava la pianola, preparava i canti sacri..
Anch’io, ogni domenica, entravo in Chiesa, mi bagnavo la manina nell’acquasantiera, mi facevo il segno della croce e andavo a sedere.
Sulla destra dei banchi, entrando, vi era, tra gli altri, la statua di Santa Lucia, che un po’ mi spaventava, per via dei suoi occhi adagiati su un vassoio che teneva in mano.
Più avanti, vi era l’ingresso della sagrestia.
Da bambina, ero curiosa di sapere cosa ci fosse là dentro. Quando, un giorno, vi entrai con mio fratello grande, rimasi un pò delusa.
Nulla vi era di misterioso.
La Sagrestia, era una piccolissima stanza, in stile, anch’essa, moderno, priva di qualsiasi ornamento; in essa vi era un armadietto con i paramenti del sacerdote, qualche Crocifisso appeso, un tavolino su cui erano adagiati alcuni trofei che il prete, usava per premiare i giovani nelle gare di quiz organizzate in parrocchia.
A sinistra dell’ingresso, vi era la Fonte Battesimale, sovrastata da una colomba bianca, poi, la statua di Gesù morto e dell’Addolorata.
L’Altare, era di marmo bianco con venature scure, semplice, ma solido. Nella navata centrale, vi era una nicchia con la statua di San Giacomo e il cagnolino che gli leccava le ferite.
V
Stava calando la sera, così lasciai il Sagrato della Chiesa per rincasare.
Le ombre si allungavano via facendo e l’aria si era leggermente stemperata, mentre, man mano, il buio inghiottiva i viottoli del paese che salivano, stretti e tortuosi, a monte o scendevano, snodandosi, sino alla fiumara.
Intanto le colline si stagliavano indomite contro il cielo notturno, mentre i raggi tiepidi della luna estiva, addolcivano la crudezza del distacco, la fine del mio viaggio.
NOTE.
[*1. Fosso del bersagliere = Trattasi di un burrone del paese così denominato per esservi precipitato, durante la grande guerra, un bersagliere piemontese.
*2. Fontana vecchia.= Lavatoio del villaggio; - località di campagna, poco distante dal centro abitato.]
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Maggio 13th, 2009 at 00:40
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