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atomica la mente

Atomica la mente

Implode violenta

Scuotendo sotto pelle

 

Spietata di pensieri

Si fa lacero di luciditΰ

Spiegando

Come una bandiera d’arresa

Il sapore polveroso

Della disfatta

 

Dentro me

Covo il senso

D’istinto farmaco

A chetare

L’atomicamente

 

 

 

aggiornato il 04/11/2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fata Morgana

S’erge

tra cielo e mare

di una terra lo spettro

che coglie improvvisa luce

al calmo orizzonte

 

Canta la Fata

nello sfarzo del prodigio

l’inaspettato desio

a soddisfar l’idea di lontano

colta nel profondo

 

Cosμ io

nel faticoso mutar

sento il miraggio

esplodermi sul capo

nel temer la vita

 

E stringe il cuor Morgana

ad incitarne il battitio

che io viva nel miraggio

come vergine isola

tra il tormento e ‘l cielo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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€vvvvv

 

Al fiore

che nel silente crepitio dello schiudersi

volge l’alto suo capo

al cristallino cielo

eterno mantello

della perpetua primavera

 

Vedo

ricamo di grazia

negli arti suoi nodosi

Spine come artigli

che le mie dita pungendo

ricordan della vita il sapore

 

Pavido

inghiotte vita ad ogni suo sfogliar

Petalo a petalo

a rinnovar arcaica bellezza

sita nella stretta morse

delle profonde sue radici

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La terra cava

Della terra s'apre la scorza
a chetar l'occulta mia brama
del dorato astro
che al suo interno ruota

s'alzano le polari aurore
fari tra i ghiacci
ad indicarmi la soglia
della sotterranea vastitΰ

s'io l'appiglio
al cuore cerco
cava la terra
m'accoglie l'animo

e io l'ascolto
scalpitarmi dentro
come un sole chiuso
nelle segrete del mondo

 

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Aggiornato il 28/12/2008

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Colle di sogno

 

 

Alta cresta d’antico merlata

il silenzio ti veste

ed elegante ti stendi

come Dama abbandonata dal tempo

 

Il sinuoso tuo fianco sfiora il brivido del cielo

adagiata stai immobile

a contemplare il lago

Lμ da dove fuggμ un’epoca

ora lontano passato

che sul Colle si spegne

 

 

E muschio da custodire oggi

tra le pietre accatastate

come memorie lasciate a dormire

ignare dell’intrepido moto

della moderna civiltΰ

 

Son fatica i passi nostri

indiscreti s’inerpicano

sulla umida e ripida terra

tra le irose ortiche

e i limpidi ruscelli

che bizzarri e frettolosi

si capovolgono a valle

come le curiose genti

che il Borgo abbandonarono

per una gola a ridosso del lago

 

E sola sta la Signora dei boschi

unica custode delle memorie

ormai ruderi fattisi lapidi

dei sospiri di vita

che il Colle di Sogno respirς

 

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brian-eno-by-this-river

 

Il silenzio scuote l’ansia

Ne gioca l’ombre

Deridendo l’ansimar del fiato

Che d’eco svuotς lo stomaco

 

L’animo a sfiorar le dita

Nell’intento arduo di strapparla al canto

Delle notti insonni

Che in giorni si tramutano

 

Cadon come ciocche

Di netto sforbiciate

Dell’anima mia i brandelli

Nel poetico rigurgitar

 

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Mi sorpresi a rimirar me stessa
Dalle ombre avvolta
Che i lontani angoli
Sulla mia pallida pelle posarono

I pizzi del tempo
Solleticando i miei ricordi
Setosi e lievi parvero
Nascondere il mio dolore.

Fu negli anni
Nei dispettosi giorni
Che del vuoto presi coscienza
E a grandi sorsate lo assaggiai.

Maledetto il dolore
Fattosi semplice e costante lacrima
Dei miei occhi ne mutς il colore
E mi sorpresi a rimirar me stessa

Nello specchio mi riflettevo
Lontana dalla vita
Volto bianco ondeggiante
Occhi colmi di verde lacrima

Scoprii di me l’incanto
Che mi fece della tristezza golosa
Che alla vita aprμ il mio cuore
Che volle lenire dell’altrui il male

…e mi sorprendo a rimirar me stessa
In quel buio angolo
A leccarmi ferite che quasi non m’appartengono
Figlia di un celeste dovere
.

 

Sinigaglia

Verso non hanno

questi miei pensieri

Che la rotta perdono

nell’inseguir ricordi

Come lampi sui vetri

rimbalzan dal sole alle ombre

Fuggendo lesti

dalle muffe delle cantine

ai bollori dell’asfalto

Tendendosi poi come vele

sull’acque luride del Naviglio

 

Mi rividi fanciulla

nell’ubriaco pomeriggio

addensarmi col torpore

D’acidi e usati colori vestita

buttata come un cencio

tra le bancarelle e la spazzatura

A raccogliere i marci frutti

della mia poca consapevolezza

 

Vesto l’odore

come del chiuso

Meneghina naftalina

che il cuore mio ha fatto

alto davanzale

marmoreo altare

del mio prossimo suicidio

 

Di me moriranno forse

il rigetto e l’astio

per quella livida ragazzetta

che ancor oggi canta

sotto il silenzio

delle mie memorie

della darsena la pazzia

 

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=

Regana e Lando

Posato su di un angolo del suo ventre.

Le piccole zanne appuntite”cristalli di luna” pensai.

Piccolo mammifero penetrato nella pelle.

Regana guardava quella piccola India come un quadro che prende vita.

“Quelle 4 buffe zampe…”.forse mentre dorme posso immortalare la sua posa maestosa e solenne”.

Lando continuava a dormire con il volto cosparso di incolta barba .Le sue labbra appena schiuse lasciavano sfuggire un sibilo acuto .Mi avvicinai a quel respiro:”θ assurdo come la vaniglia possa trasudare anche dal suo alito!”.

Presi l’occhio portatile di Lando. Vi guardai dentro cercando lo scatto.

La bestia era fuggita lasciando il suo ventre nudo.”no!”pensai,”cosμ non θ bello!ma dove si θ cacciato quel mostriciattolo?” .Cominciai a ruotare su me stessa tenendo lo sguardo fisso nell’occhiello della macchinetta infernale.

Sul comς trovato alla discarica due mesi prima avevo posato tre ceri di quelli rossi che in chiesa si posano ai piedi della Madonna,due di questi erano accesi e le fiammelle vibranti richiamavano la notte .La polvere sul mobile era spessa e donava una patina chiara confondendo le venature d’abete rosso e spegnendo i miraggi brillanti della marezzatura.

Era strano(me ne resi conto) di come fosse impossibile che nessun oggetto inutile si trovasse su quella distesa polverosa.

Mi spostai appena verso destra.

La parete arancione,l’immagine di un grande albero secolare,piω a destra il cavalletto di legno senza fogli,piω a destra ancora una sedia in legno scuro,il poggiaculo di paglia intrecciata e sopra un cumulo disastroso di abiti,calzini,sciarpe,un cappello da ferroviere preso al negozio di vestiti usati un giorno che ero in giro da sola e non sapevo come spendere dodicimilalire.Piω a destra ancora la parete arancione,piω a destra…eccolo!”ma cosa diamine ci fai li?”TATLIK,immortalato.”ora torna da dove sei venuto!”.

Il mio urlo svegliς Lando che si tirς su di scatto spolverandosi una spalla ancora sporca di sogni e si guardς la pancia e mi disse con la bocca impastata e uno sguardo a dir poco sconvolto:”ma non l’avevo tatuato a destra?”

 

Che sogni fai

al destar del tuo sguardo?

Che cosa vedi

Allo schiudersi delle tue palpebre?

Quando i tuoi passi s’accavallano

Percorrendo i miei giorni

assassinando il mio destino

 

nella follia mi getto

cercando i tuoi lineamenti

riflessi sulle schegge di lacrime

spezzate dalla realtΰ

 

…che sogni fai?

 

********** ************ *************

 

La tua voce al telefono…come incanto che vibra caldo nel mio udito .Il tuo alito che trapassa la meccanica assurda di questo apparecchio senz’anima. Attraversata dal tuo suono. La compagnia che mi dai srotolando parole delicate.

“Ci vogliamo incontrare?”mi domandasti con un sussurro,”domani!”ti risposi.

Regana camminava svelta guardando il rapido rincorrersi dei suoi piedi elevati su di una gommosa zeppa color mare. Le gambe leste e decise,molto sudate,accarezzate dalla fresca viscosa rossa che la scopriva giΰ molto prima delle ginocchia. Il ventre morbido si distendeva verso i fianchi decisamente solcati da uno slip strettino .Il seno lucido di sudore,sempre un po’ oltre la taglia del vestito e le spalle larghe solleticate dai biondi capelli voluminosi,molto voluminosi.

Lando aspettava seduto al volante nella sua stretta e amata latta color sangue.

Era quello sguardo magnetico di lui che pareva muoverle il corpo,dopo mesi ancora cosμ eccitata ed ogni nuovo incontro.

Ad una ventina di passi dall’automobile giΰ si annusava nell’aria quel mieloso profumo di torta e alla gola le veniva una sensazione come di passionale golositΰ.

Finalmente seduta accanto a Lando .La mano di lui si aggrovigliς ai capelli e la strinse forte a sι,le accarezzς le labbra scivolando con la lingua nella sua morbida bocca bagnata e come in un bollente amplesso quel bacio esplose in un godimento scandito dalle note drammatiche di un brano irlandese che sembrava scritto per quel momento .Lando passς un polpastrello profumato sulle labbra di Regana:”oggi mi sembri quasi una donna!”.

 

********** ********** **********

 

Ho acceso l’incenso al caprifoglio,ne ho aspirato con le narici il penetrante odore,caldo,insistente. Chiudendo gli occhi e lasciandomi trasalire dal ricordo dell’ultima volta che ho confuso la mia mente nel tuo sguardo.

Θ tutto un mondo di sapori dolciastri che mi si plasmano addosso.

Ho acceso lo stereo e il nastro ha snocciolato note violente di corde acide pizzicate con ritmo frenetico. Come un pianto disperato di chi nella foresta cerca le sue briciole di pane per ritornare a casa…poveri passi mai piω ritrovati!

 

Si confondono i pensieri col paesaggio cittadino oltre la lastra.

La giornata risplende di tiepidi raggi che si sparpagliano nei vicoli silenti fino ad entrare furtivi nei portoni dei palazzi ancora spenti dal sonno.

Il mattino appena cominciato di una domenica di primavera come tante,ma come l’unica in cui Regana non lo vide arrivare piω.

Prese con gesto rituale il bastoncino odoroso e servendosi di un delicato fuochino creato con abile magia allo scorrere del dito pollice della mano sinistra su di una rotella dentata diede vita alla bacchetta color bruciato.

Lando molto probabilmente stava preparando il caffθ come ogni domenica all’alba. L’avrebbe bevuto lentamente seduto sul suo letto bianco nella sua stanza arancione…quella stanza troppo piena di Regana.

 

********** ********* ***********

Ma nel tempo che non si chiude mai come petali impietriti…

 

Sul tavolo di formica rossa dai bordi cromati e gli spigoli smussati stava posato il mazzo di chiavi della latta color sangue.

Alcuni passi morbidi,la sua camminata flessuosa,elastica.

La mano che afferra le chiavi,uno sguardo all’orologio sulla parete.

La parete appena imbiancata ospitava un’alta fila di mensole color dell’ ebano e ogni mensola,lunga quanto due braccia,si caricava il peso di centinaia e centinaia e centinaia di fotografie. Un’infinitΰ di immagini scattati che oltre le mensole si srotolavano sul pavimento percorrendo il perimetro della stanza come in un disordinato girotondo.

“sono le nove passate”

Lando che guarda verso la porta del bagno.

Lando che cammina verso l’ingresso di casa.

Lando che torna sui suoi passi,spalanca la porta del bagno e si affaccia felino.

“sei pronta?”

Regana:l’acqua che scorre schiumosa sulle sue mani. Le dita lunghe e carnose,appena inanellate d’ori e argenti scuri. Le unghie dipinte di vino cupo.

Regana che si spruzza sul viso acqua gelata.

“si vede che ho pianto?”

Lando guarda con fare indurito il trucco sbavato di Regana,guarda le sue gote arrossate e le labbra umide e delicate.

“si! I tuoi occhi sono molto verdi”

Regana chiude il rubinetto,si scruta nell’enorme specchio:i suoi capelli sono cresciuti,la frangia insiste sui suoi occhi,occupando piω spazio di quanto dovrebbe.

“ora mi vesto”

Le calzamaglie nere,i calzettoni di spugna grigi ,il vestito di lycra multicolor,gli stivali neri.

Regana si porta lenta verso la cucina e prende dal tavolo di formica rossa una sacca color prato.

Regana e Lando siedono composti sui sedili posteriori dell’automobile. Le mani esperte di lei versano del the bollente nella tazza di Lando. Nella sacca hanno trovato posto anche un vassoietto di paste secche fatte da Regana.

-Laika-fluttua nel piccolo ambiente.I due sorseggiano lenti dalle calde tazze inebriati dal profumo dolciastro della bevanda.

Fuori lo scorrere fluido delle macchine nel buio nebbioso di un autunno come tanti a Milano.

 

 

Fine…

2011

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viola e le more

Era pervasa da un sottile senso d’ansia, mentre con le mani si cingeva stretta nel suo corsetto nero e logoro .Vestiva in quel guscio ogni mattina,comprimendosi le carni come se esse rischiassero di scivolare via dalla sua imprevedibile anima,lasciandola nuda, preda di ogni deviante desiderio.
Quand’ebbe tirato ogni laccio e ogni gancio ben assicurato al proprio occhiello, prese a cospargersi di bianca cipria. Bianca come polvere di porcellana.
Cadeva lieve la povere,come un senso d’antico torpore su quella pelle che pareva incarnarsi di luna. Il pizzo e il raso, che la inguainavano fino i fianchi, si sporcavano di questa magica polvere di farfalla, che se avesse potuto avrebbe fatto volar via quella stretta veste liberandole il pallido bacino, accogliente eppur cosμ solo…
C’era nel cielo una pennellata di notte che si allargava rapida come una macchia d’inchiostro fino ad oscurare gli astri. Era una notte che del suo odore portava l’aroma.
Cosμ il buio le rapμ la solitudine
Volς, farfalla incipriata di sensualitΰ, nei meandri di una notte che la chiamava a voce alta e la tirava fino al fondo di un sogno che sentiero si fece,stretto tra le fronde.
S’accorse, in un momento, del suo stesso respiro che le scivolava dalla bocca, solleticandole le labbra.
Poi cadde,tra le more.
Ferite s’aprirono sulla pelle, come spasmi da soddisfare e le spine vi si conficcarono penetrandole sino al piacere. Vi erano radici che furbe dalla terra uscirono, sino ad incrociarsi con le sue gambe.
Nell’aria odore di viole e more. E la notte a tacere ogni indiscreto gemito…
Il buio si fece complice mantello e coprμ l’idilliaco amplesso che turbς ogni angolo del bosco, facendo persino chinar le fronde dei piω alti alberi a confonder i movimenti e i rumori .
Venne l’alba ,bianca e austera che scoprμ improvvisa un bosco ancor scosso e oltre il sentiero,quasi sul ciglio del precipizio, stava un cespuglio di profumate more, bocconi golosi da riempirsene la bocca…ma una bianca patina le impallidiva come fossero piccoli grappoli di lacrime, immobili e solenni…nessuno osς mai disturbare quella triste magia.

 

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Scintilla

Fatica il fiato

ad infrangersi con l’aria

tenendosi con poca fermezza

all’altalenante respiro

 

Trema l’umor mio

tra i singhiozzi stanchi

avvinghiandosi come radice

al mio solo cuore

 

Alba non nasce

che della rabbia mi porti il sapore

che della stanchezza

mi porti il torpore

 

Vago scintilla

nell’amplesso di questa nera notte

 

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Falco

Sai,planando come un falco

Vedo la pianura scendere dai monti

Come sottana che sulle pietre striscia

E l’ombre districarsi tra le fronde scorgo

E il bosco odo alla quiete chiamarmi

 

Ma io,quasi a sfiorar terra plano

E veloce mi sollevo in volo

A picco sulla vita

della mia paura regina

Volo e m’alzo,esausta e mai finita

 

Sono falco,sono radice

Sono pianto e guerra

Dell’animo mio armata

sfido il terrore che la gola mi piglia

E amo,con la mia rabbia tutta amo!

 

 

 

elastica libido

Elastica libido

Dal pensiero alla mano

Incerta e timida

Come farfalla di labbra in labbra

 

A spregiudicar desideri

Troppo fondi nella carne

Incastonati nel silenzio

Di solitarie notti

 

Libido d’elastiche manie

A confondere i corpi

A mischiarne i componenti

A liberare l’estasi

 

S’alza vivo il fiato

Come nell’improvviso sbocciar

Di salata rosa pulsante

Intima come un segreto

 

 

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